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Presunte torture in carcere, il giudice si riserva sull’archiviazione

In tribunale udienza preliminare per i 90 agenti della polizia penitenziaria accusati di tortura e lesioni durante la rivolta dell’8 marzo 2020

MODENA – Dopo altri sei anni dai fatti la rivolta del carcere di Sant’Anna dell’8 marzo 2020 è ancora davanti al giudice per le indagini preliminari . Il gip Donatella Pianezzi si è riservata di decidere se andare avanti o meno sulle accuse di tortura e lesioni a carico di una novantina di agenti della polizia penitenziaria. Per due volte la Procura ha chiesto di archiviare. La scorsa estate i pm avevano sottolineato come anche dopo le ulteriori indagini sollecitate dal primo giudice Carolina Clò, l’analisi degli elementi acquisiti non consentisse di ravvisare reati, non essendo possibile accertare il nesso causale tra le lesioni dei detenuti e specifiche condotte illecite degli agenti Ma i difensori dei detenuti indicati come persone offese si sono ancora opposti ritenendo le indagini del tutto approssimative e senza una proiezione a un reale accertamento dei fatti. “Emblematico – sostengono i legali Alessandro Gamberini, Daria Mosini, Simona Filippi, Ettore Grenci, Luca Sebastiani e Ninfa Renzini –  è l’esame della direttrice del carcere, risolto in poche e generiche domande, tutte concentrate sul tema del funzionamento delle telecamere, senza che vi fosse alcun serio approfondimento degli ulteriori e ben più rilevanti profili emersi nel corso delle indagini”. Ora si deve attendere quello che probabilmente sarà l’ultimo atto di una vicenda dolorosa e complessa. Durante la rivolta morirono 9 detenuti dopo l’assunzione di dosi massicce di metadone e farmaci. Per la giustizia italiana nessuno è responsabile di queste morti e il fascicolo ormai archiviato ma il caso è stato portato davanti alla Corte Europea per i diritti dell’uomo che deve ancora pronunciarsi

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