Il 19 luglio 2001 si apriva il summit dei grandi della Terra. Il giorno successivo la morte di Carlo Giuliani e l’escalation degli scontri. “Mi portarono alla caserma di Bolzaneto, 24 ore di torture”
MODENA – Venticinque anni fa, il 19 luglio 2001, a Genova prendeva il via il G8, il vertice dei capi di Stato e di governo delle principali potenze economiche mondiali. Tre giorni destinati a segnare la storia italiana, tra le manifestazioni del movimento per la giustizia globale, la morte di Carlo Giuliani, le violenze di piazza e gli abusi commessi nella caserma di Bolzaneto e nella scuola Diaz.
Tra le migliaia di persone arrivate a Genova c’era anche il modenese Mauro Alfarano, allora giovane attivista convinto che la globalizzazione dovesse essere accompagnata da maggiore equità sociale e ambientale.
“Il motto era “Un altro mondo è possibile” e io ci credevo veramente – ricorda oggi –. Pensavo a un mondo con meno ingiustizie, meno disuguaglianze tra i Paesi e tra i continenti“.
Quello che veniva definito movimento “no global” riuniva in realtà associazioni, sindacati, organizzazioni religiose, movimenti studenteschi e ambientalisti, accomunati dalla richiesta di una globalizzazione più giusta e sostenibile e dalla critica alle politiche economiche neoliberiste.
Il 20 luglio la situazione precipitò con l’uccisione del ventitreenne Carlo Giuliani durante gli scontri con le forze dell’ordine. Nelle ore successive la tensione aumentò e anche Alfarano venne fermato.
“Ero probabilmente nel posto sbagliato, nel momento sbagliato. Mi ero fermato perché non riuscivo più a vedere per i lacrimogeni. Sono stato colpito con il manganello alle spalle e portato prima in un posto di polizia all’interno della città e poi nella caserma di Bolzaneto“.
Qui, racconta, iniziò l’esperienza più traumatica. “Per 24 ore siamo stati costretti a rimanere in piedi, con le braccia alzate e la fronte contro il muro. Ogni tanto arrivavano calci, manganellate o sigarette spente sulla pelle“.
Inizialmente accusato di resistenza a pubblico ufficiale, Alfarano ha visto riconosciute le violenze subite dopo un lungo percorso giudiziario. Nel 2017, in seguito a un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, ha ottenuto un risarcimento di circa 50 mila euro per i danni morali.
Oggi, a distanza di venticinque anni, quelle giornate continuano a rappresentare un punto di svolta nella sua vita. Dopo aver vissuto per molti anni all’estero, lavora come educatore professionale.
“Il desiderio di giustizia sociale non è mai venuto meno. Anche il lavoro che faccio oggi nasce dalla volontà di cercare, nel mio piccolo, di migliorare la vita delle persone“.